sabato 25 giugno 2016

“La Brexit può mettere a rischio anche l’euro”. Intervista all'economista Emiliano Brancaccio


Professore, i sondaggi e i mercati davano per scontata la vittoria del “no” all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. L’onda della Brexit invece non si è fermata. Che lezione possiamo trarre da questo esito dai più definito inatteso?
«Non era inatteso per tutti. I sondaggi, in casi simili, non aiutano. Quanto ai mercati, smettiamola di pensare che gli speculatori siano dei veggenti: come diceva il premio Nobel James Tobin, al di là di rare eccezioni di solito quelli non sanno guardare oltre i prossimi dieci minuti».

Il “leave” ha vinto anche nel collegio elettorale della deputata laburista Jo Cox, il cui omicidio si pensava avrebbe spostato consensi a favore dell’Unione...
«È stato un delitto atroce che ha inquinato gli ultimi giorni della campagna referendaria. Ma trovo ingenuo ritenere che il corso degli avvenimenti storici possa esser deviato da singoli episodi, per quanto efferati: la guerra dei trent’anni non fu scatenata dalla defenestrazione dei governatori imperiali, e il primo conflitto mondiale non fu certo causato da Gavrilo Princip. La verità è che la vittoria della Brexit è solo uno degli innumerevoli riflessi di una tendenza destabilizzante più profonda, di lungo periodo, nella quale i fattori economici hanno un ruolo importante».

La crisi, la disoccupazione, l’immigrazione anche interna all’Unione Europea?
«L’immigrazione è stata al centro del dibattito referendario, i partiti xenofobi ci hanno sguazzato e ci guadagneranno sul piano politico. Ma la crescita dei flussi migratori, a ben guardare, è solo il sintomo di un problema più di fondo: un’eccezionale divaricazione tra i tassi di occupazione anche nei diversi Paesi dell’Unione europea, che costringe tanti lavoratori a spostarsi dalle aree in crisi verso quelle caratterizzate da andamenti economici migliori o comunque meno disastrosi».

Quindi tra le cause di fondo della Brexit ci sarebbero gli squilibri economici tra i paesi dell’Unione?
«Ovviamente sì. Gli opinionisti che in queste ore riducono la questione a una querelle interna ai Tories, tra Cameron e Johnson, dovrebbero dedicarsi al gossip, non alla politica. Chi vuol capire davvero cosa sia successo dovrebbe interrogarsi sui motivi per cui pezzi rilevanti della società britannica, rappresentativi dell’industria del Nord e non solo, hanno scelto di andare contro la City di Londra aderendo alla campagna per l’uscita dall’Ue. Una delle ragioni è che in Gran Bretagna si sta diffondendo una crescente preoccupazione verso la tendenza del Paese ad importare molti più beni e servizi di quanti ne riesca ad esportare. Finora questo deficit è stato coperto con ingenti prestiti di capitale dall’estero, ma una tendenza del genere non può durare all’infinito e prima o poi sfocerà in una crisi commerciale. Molti considerano il deficit britannico come uno specchio dell’enorme surplus commerciale tedesco ma ritengono che la mera svalutazione della sterlina sarebbe insufficiente a rimettere in equilibrio gli scambi: per questo vedono la Brexit come un’occasione per intervenire, al limite anche rivedendo gli accordi commerciali con la Germania e il resto della Ue».

Dobbiamo cioè aspettarci che la Gran Bretagna possa virare verso la via del protezionismo contro la Ue?
«Non lo sappiamo, è presto per dirlo. Di certo, negli ultimi tempi nel Regno Unito circolano idee che non sarebbero piaciute a David Ricardo, il grande teorico del libero commercio. Ma non è solo un problema britannico: la Commissione europea ha calcolato che dal 2008 ad oggi sono state introdotte più di ottocento nuove misure protezionistiche a livello mondiale. È un effetto degli squilibri causati dal liberismo sfrenato degli anni passati e della grande recessione che ne è seguita. Che ci piaccia o meno, la crisi della globalizzazione fa parte di questa fase storica, e il travaglio del processo di unificazione europea costituisce un esempio emblematico».

Il leader dei Labour, Jeremy Corbyn, aveva sostenuto la campagna per il “No” all’uscita. A quanto pare molti lavoratori, elettori storici del partito laburista, gli sono andati contro.
«Non amo essere irriguardoso, ma temo che gli eredi della tradizione del movimento operaio non ci stiano capendo molto di questa fase dello sviluppo capitalistico».

Però Corbyn ha conquistato il Labour proprio chiedendo di archiviare le politiche liberiste figlie della “Terza via” blairiana, che in Italia sono invece ancora un modello, rinnovato, per il Pd di Matteo Renzi.
«Vero, ed è stata una novità positiva nella visione laburista della politica economica. Ma bisognerebbe rendersi conto che le svolte interne che non siano accompagnate da una visione dei rapporti internazionali realistica e adatta ai tempi, rischiano rapidamente di entrare in contraddizione e di esaurire la loro forza. Il punto da comprendere è che il regime di accumulazione del capitale sta cambiando, c’è una lotta in corso tra le tendenze liberoscambiste del grande capitale e le pulsioni protezioniste dei proprietari più piccoli e maggiormente in affanno. Invece di incunearsi in questo scontro con un punto di vista autonomo e delle proposte originali, gli esponenti della sinistra si gettano ogni volta tra le braccia dell’una o dell’altra parte in causa come dei pugili suonati. Per il lavoro e per le sue residue rappresentanze è un’epoca durissima, ma proprio per questo forse sarebbe ora di avviare un lavoro collettivo per rimettere in moto il pensiero critico e allacciarsi alla realtà del tempo presente».

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione potrebbe creare problemi anche alla sopravvivenza dell’euro?
«Vedremo, di sicuro questo episodio aprirà un’altra crepa sulle mura del fortino monetario creato dalla Bce. Se ci saranno forti ripercussioni sul settore bancario la situazione potrebbe precipitare anche nei rapporti interni all’eurozona».

All’inizio della crisi lei propose uno “standard retributivo” che interrompesse la competizione salariale al ribasso e aiutasse a ridurre il surplus tedesco e a riequilibrare i rapporti interni all’eurozona. Funzionerebbe ancora, o per fermare l’onda del Brexit è troppo tardi?
«L’idea di uno “standard del lavoro sulla moneta” resta valida in generale, come tassello di una possibile visione lavorista della crisi internazionale. Ma come possibile salvagente per l’euro sarebbe tardiva. Allo stadio in cui siamo i problemi dell’eurozona si sono incancreniti. Con il governo tedesco ostile a qualsiasi mutualizzazione dei debiti, l’Unione non dispone di strumenti adeguati per affrontare una nuova crisi bancaria. Non so se sarà la Brexit, ma l’intero progetto di unificazione europea potrebbe cadere ormai anche con una sola spallata».

giovedì 3 aprile 2014

Approvato il DDL sulla finta abolizione delle Province


Ecco la verità sul DDL sulla finta abolizione delle province

1. Le province non sono abolite. È la prima illusione della propaganda: la legge non elimina affatto le province, che restano operanti; un po' ammaccate, ma tutte le 110 province italiane rimangono in vita, tranne quelle che assumono le vesti di città metropolitane.

Infatti, le province si estinguono solo dove si prevede subentrino le famigerate città metropolitane; ma, di fatto, finiscono sostanzialmente solo per cambiare nome, poiché le città metropolitane acquisiranno tutte le funzioni oggi di competenza delle province, aggiungendone poche altre.

E come sono state istituite queste nove città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria)? Sulla base di criteri interamente politici. .Nessun riferimento alla struttura urbana, come dimostra il caso di Reggio Calabria. A queste si aggiungono Roma capitale e le cinque già istituite dalle Regioni a statuto autonomo (Palermo, Messina, Catania, Cagliari e Trieste). Il problema - uno dei tanti, a dire il vero - è che regna grande la confusione su quali saranno le competenze dei nuovi enti locali, dunque forte il rischio di creare sovrapposizioni (o conflitti) di competenze, come anche quello di dare nuove funzioni senza risorse adeguate.

2. Cambierà solo la leadership, in quanto il sindaco metropolitano coinciderà con quello del capoluogo. Con evidente espropriazione per i cittadini della provincia della rappresentatività elettorale, perché gli elettori non potranno scegliere i loro amministratori. Il presidente di provincia (perchè le province non vengono abolite) invece sarà eletto dagli e tra gli amministratori dei comuni della provincia (elezione di secondo livello).

3. Si infrangono principi giuridici consolidati nel nostro ordinamento di incompatibilità e di divieto di cumulo di cariche pubbliche. Sindaci dei comuni fino a 15.000 abitanti potranno candidarsi al Parlamento Europeo e Parlamento nazionale.

4. La vulgata diffusa dopo che Renzi ha silurato Letta è stata che il provvedimento "svuota province" sarebbe stato una fonte inesauribile di risparmi. Peccato che nè la legge, né le relazioni illustrativa e tecnica quantifichino anche un solo centesimo di risparmio.

a) Innanzitutto, né dipendenti - Cottarelli permettendo - né funzioni delle province 2.0 scompaiono e, di conseguenza, non scompaiono neanche i costi relativi, la stragrande maggioranza delle spese di questo livello di governo. E siccome le province rimangono in vita, anche se la dirigenza politica è espressa in modo indiretto, i cosiddetti costi di funzione, cioè strutture, scrivanie, telefoni, rimangono altissimi.

b) Quello che si risparmia è solo il finanziamento degli organi istituzionali (le indennità del presidente, assessori e consiglieri e i vari rimborsi connessi alle loro attività), che vengono aboliti, insieme alle spese delle relative consultazioni elettorali. In realtà, l'unica rilevazione realmente ufficiale è quella della Corte dei conti (inspiegabilmente ignorata da Delrio), secondo la quale i risparmi sono molto dubbi, mentre certi sono, anche se non quantificati, i costi di un simile stravolgimento. Il risparmio sugli organi di governo, per altro, sarebbe di soli 35 milioni: a tanto, infatti, ammonterebbe l'onere per consiglieri, assessori e presidenti provinciali, per effetto delle riforme dell'estate del 2011, che avevano previsto la drastica riduzione del numero degli amministratori provinciali.

5. La vera chicca, però, è che la legge aumenta il numero di consiglieri comunali (fino a 26.000 in più) e degli assessori (fino a 5.000 in più); il Governo si è impegnato a rendere questa operazione a costo zero, ma come si possono aumentare le cariche senza aumentare le spese?

Consiglieri e assessori lavoreranno gratis o ci saranno circa 31.000 stipendi in più da pagare? e se pure lavorassero gratis, si avranno 31.000 persone che faranno aumentare i cosiddetti costi di funzione, cioè strutture, scrivanie, telefoni.

LADRI, USCITE DA QUEL PARLAMENTO!

Al peggio non c'è limite, ma andando avanti di questo passo lo raggiungeremo presto. 

Il video che vedete sopra è stato girato in Parlamento, quello italiano ovviamente. Le immagini riprese dalle telecamere ci mostrano una scena comune quanto vergognosa. 

La senatrice Fabbri del Partito Democratico vota per il collega Esposito, anch'egli del Partito Democratico. Il tutto avviene in pochi istanti. Nessuno dice niente, tutto normale.

Un cittadino normale verrebbe perseguito penalmente, perchè i pianisti al parlamento sono dei truffatori come chi timbra il il cartellino di un collega assente. Vale per tutti i dipendenti pubblici, ma per loro mai!


Il 12 aprile a Roma la prima manifestazione contro Renzi: "Assediamo il governo Renzi, ribaltiamo il Jobs Act"

Le giornate del 18 e del 19 Ottobre 2013 hanno rappresentato un importante punto di partenza di un percorso che ha notevolmente rafforzato le lotte nei territori. La volontà di rilanciare, proprio a partire dalla grande ricchezza dei conflitti prodotti, un'agenda indipendente e viva, ha trovato nell'assemblea di oggi il consenso di tutti e tutte. In particolare, le differenti esperienze sociali e lotte che hanno prodotto la sollevazione autunnale vogliono misurarsi, assumendosi fino in fondo tutte le responsabilità del caso, con la costruzione di uno spazio comune di conflitto in grado di andare nuovamente allo scontro con le politiche di austerity dettate dall'Unione Europea ed alla Troika ed eseguite dai governi nazionali.
La piazza meticcia di Porta Pia ha espresso un metodo e delle pratiche dalle quali non si può e non si deve più arretrare. Partendo anche da questa considerazione, prende corpo la proposta di una manifestazione nazionale a Roma per il 12 Aprile prossimo. Un corteo che torni ad assediare i palazzi del potere, ponendo sempre con maggiore forza ed incisività il tema dell'uso delle risorse, accanto a quello, centrale, del reddito.
La gestione del denaro e del reddito (che approfondiremo come discorso politico comune e proposta di pratiche già nel convegno di Bologna del 15 Febbraio), saranno al centro delle mobilitazioni e delle lotte che , sin dalle prossime settimane, costruiranno la manifestazione del 12 Aprile e la successiva contestazione al vertice europeo sulla disoccupazione giovanile previsto nei prossimi mesi, forse nel mese di Luglio. I movimenti di lotta per la casa, student*, precar*, migrant*, lotte territoriali, resistenze operaie, sindacati conflittuali*, centri sociali dentro questo percorso multiforme e comune, intendono realizzare l’accumulo di forze necessario a rovesciare un modello di sviluppo basato sempre più sul lavoro precario, sulle privatizzazioni, sullo sfruttamento, la devastazione dei territori, il saccheggio dei beni comuni. Questo modello trova nell' Expò di Milano una rappresentazione plastica di come attraverso il governo della crisi si voglia imporre a tutti e tutte, in maniera sempre più pesante e totalizzante, le leggi del mercato e del profitto. Dentro questo ragionamento la proposta di Job Act avanzata da Matteo Renzi e dal PD, rappresenta una dura riproposizione della precarietà e dello sfruttamento come unico orizzonte possibile. Come pure l'accordo sulla rappresentanza sindacale raggiunto tra Confindustria e CGIL , CISL e UIL, testimonia l'instaurazione di un vero e proprio regime autoritario sui posti di lavoro, con la negazione di qualsiasi spazio di agibilità e la soppressione stessa della voce dei lavoratori e delle lavoratrici. In generale, appare necessario soprattutto determinare una rottura netta con il ricatto posto in essere attorno alla questione della produttività e della presunta possibilità di generare nuovi posti di lavoro. Ricatto che spinge le nostre vite a piegarsi, in una spirale senza fine, agli interessi dell’impresa e del capitale e dal quale dobbiamo sottrarci attraverso nuovi sentieri e pratiche di riappropriazione. In questo quadro, risulta inoltre necessario andare oltre la guerra tra poveri tra lavoro dipendente e piccolo lavoro autonomo, rovesciando il discorso imposto dall'alto, per una tassazione dei grandi patrimoni e della rendita finanziaria e immobiliare.
La giornata del 1° Maggio viene assunta come centrale, con l'apertura di un conflitto generalizzato contro l'Expò, santuario della precarietà e della cementificazione e con la messa in mora del concertone di piazza san Giovanni a Roma gestita dal consociativismo sindacale, sottraendo una importante piazza ad una vergognosa mercificazione dei diritti. Una giornata che vogliamo allo stesso tempo inclusiva e conflittuale, in connessione con le molteplici piazze europee e globali.
La caratteristica meticcia dei nostri percorsi, il protagonismo diretto dei migranti e dei rifugiati, oltre e contro qualsiasi logica buonista ed assistenziale, trova una sua forte espressione nelle lotte per la chiusura dei Cie e dei Cara, per la libertà di movimento e la rottura fra qualsiasi legame fra soggiorno e lavoro, per l’uguaglianza ed i diritti contro ogni forma di razzismo e fascismo. La manifestazione del15 Febbraio per la chiusura di Ponte Galeria, quella del 16 Febbraio contro il CARA di Mineo e le iniziative del primo Marzo diventano, così, tappe costituenti della nuova sollevazione e dei percorsi di trasformazione del nostro presente. La cancellazione della legge Bossi – Fini e della Turco Napolitano, rappresentano elementi di programma decisivi come la garanzia del reddito, il diritto alla casa, la ri -pubblicizzazione dei servizi essenziali. Viene assunto, inoltre, come passaggio comune, lagiornata di lotta contro la repressione del movimento No Tav prevista per il 22 Febbraio e la costruzione di un convegno e di una manifestazione a carattere nazionale, per il 14 ed il 15 Marzo a Roma, sul tema della repressione delle lotte sociali.
Accanto alle principali tappe di mobilitazione e conflitto dei movimenti contro i “signori” della precarietà e dell’austerity, si articoleranno, su tutto il territorio nazionale, preziosi momenti di confronto e di approfondimento che mostrano la misura della grande effervescenza esistente nei territori. Fra questi ricordiamo, il prossimo 15 febbraio a Bologna sul tema dell’uso delle risorse; il 21 febbraio a Milano per discutere di utenze, tariffe, distacchi e morosità; il primo e due marzo a Napoli incontro nazionale della rete Abitare nella crisi; il 4,5 e 6 aprile di nuovo a Napoli un meeting europeo sui temi dei beni comuni e del reddito come claims di movimento contro l’austerity e le retoriche della crescita.
Attraverso questi ed altri appuntamenti, dovrà articolarsi, verso la manifestazione del 12 Aprile e le successive mobilitazioni, un processo di lavoro condiviso e comune che allo stesso tempo valorizzi e dia nuovo impulso alle lotte ad ai processi di riappropriazione.

ASSEMBLEA NAZIONALE CONTRO L'AUSTERITY

inchiesta sui vitalizi: blitz della finanza

TRENTO. A soli due giorni di distanza dal blitz di lunedì, ieri mattina la Guardia di Finanza è tornata negli uffici del consiglio regionale nell’ambito dell’inchiesta della procura sulla vicenda dei vitalizi d’oro. E questa volta gli uomini del nucleo di polizia tributaria sono rimasti quasi tre ore nella sede di Piazza Dante, da dove sono usciti portando con sè documenti, verbali e l’ormai famosa consulenza Tappeiner i cui criteri utilizzati per calcolare l’anticipazione dei vitalizi rappresentano oggi la pietra dello scandalo.
Sull’operazione la Finanza, guidata dal comandante provinciale Fabrizio Nieddu, mantiene il massimo riserbo. L’inchiesta per ora è senza indagati, il reato ipotizzato è abuso d’ufficio. È già stato sentito Markus Obermair, il direttore di Pensplan (la società che gestisce il Fondo Family, dove sono congelati 31 milioni di euro che dovrebbero entrare nella disponibilità degli ex consiglieri a partire dal 2018), il quale ha spiegato che la consulenza sull’attualizzazione dei vitalizi è stata redatta dal presidente di Pensplan Gottfried Tappeiner (che si è dimesso lo scorso 22 marzo) ma in qualità di professore universitario a Innsbruck, ateneo al quale l’allora ufficio di presidenza affidò l’incarico.
Nel blitz di lunedì le Fiamme Gialle avevano acquisito proprio i nomi dei componenti dell’Ufficio di presidenza, quello attuale e quello che nel 2012 gestì i passaggi oggi più contestati della legge 6, a partire dall’«attualizzazione» dei vitalizi agli ex consiglieri che si è concretizzata nelle liquidazioni d’oro oggetto dello scandalo di queste settimane.
Ieri i finanzieri sono invece rimasti per ore negli uffici di Piazza Dante, il tempo necessario per acquisire verbali e documenti, tutto ciò che ha riguardato il percorso della legge 6, compresa la consulenza Tappeiner. Lo conferma il presidente del consiglio regionale Diego Moltrer, presente ieri insieme ai funzionari del consiglio durante l’operazione della Guardia di Finanza: «Ci hanno chiesto le delibere e tutto quello che riguarda la legge sui vitalizi, l’incarico che l’ex ufficio di presidenza affidò all’Università di Innsbruck e la relazione del professor Tappeiner. Noi abbiamo consegnato tutto ed è stato messo a verbale quello che è stato ritirato». Moltrer conferma la «massima disponibilità a collaborare» alle indagini e definisce «molto corretti» i rapporti con gli uomini della Finanza arrivati a palazzo per acquisire le carte.
Carte su cui ora si concentrerà l’attenzione degli inquirenti. In particolare si vuole andare in profondità sulla consulenza che fissò i parametri per quantificare l’anticipo dei vitalizi, oggi duramente contestati perché considerati eccessivamente vantaggiosi per gli ex consiglieri. Si tratta da un lato dell’aspettativa di vita attribuita ai consiglieri, allungata del 13,6% pari a 4 anni in più, e del tasso di sconto, ovvero il tasso di interesse prevedibile che fu fissato a 0,81% rispetto a un tasso medio del 2,5%, dunque molto basso e superconveniente. Le indicazioni di Tappeiner furono poi recepite dalla delibera dell’Ufficio di presidenza. L’inchiesta dovrà poi approfondire un’altra circostanza: Tappeiner eseguì la consulenza gratuitamente in qualità di docente dell’ateneo di Innsbruck. Ma Tappeiner era anche presidente di Pensplan, la società che pochi mesi dopo si aggiudicò la gara europea per la gestione del Fondo Family.

martedì 1 aprile 2014

La Pascale schiaffeggia Berlusconi (e non è un pesce d'aprile!)

Da un articolo dell'altroieri sul Secolo XIX: 



La democrazia repubblicana è in pericolo

"Con l’intervista del Presidente del Senato Grasso ed il successivo battibecco fra lui e Renzi è esploso uno scontro di grande portata politica, nel quale si stanno inserendo anche altri soggetti istituzionali. Con l’inarrivabile rozzezza dei renziani, la Serracchiani è arrivata a richiamare il Presidente del Senato(seconda carica istituzionale del paese) alla disciplina di partito: non era mai accaduto prima. Ma, in realtà, Grasso ha solo reso manifesto un conflitto che covava copertamente e che riguarda due diverse concezioni della democrazia, entrambe autoritarie e liberticide, ma fra loro opposte: la variante iper-populista e plebiscitaria e quella elitaria e monarchica.
La proposta fatta da Renzi e Berlusconi di fatto abroga il Senato, togliendogli quasi tutte le competenze, ma, soprattutto, disegnando una composizione non elettiva e di persone (sindaci e Presidenti di Regione) legate al loro ruolo sul territorio e, pertanto, di fatto impossibilitate a partecipare ai lavori di un organismo a centinaia di chilometri dalla propria sede. E, infatti, si prevede una riunione mensile puramente simbolica.
La concezione plebiscitaria della democrazia, comune a Renzi e Berlusconi, vede al centro l’esecutivo presieduto da un capo onnipotente e carismatico (l’”Unto del Signore”), limitato dal minor numero possibile di “impacci” (a cominciare dalla Costituzione) e nettamente prevalente sul legislativo, ridotto a puro simulacro. In questo quadro il Senato presenta un ostacolo, perché può dar luogo all’esistenza di maggioranze differenziate fra le due Camere (e, infatti, nessuna democrazia parlamentare in cui viga il sistema maggioritario è bicamerale).
Dunque, perché non abrogarlo tout court? Sia per considerazioni tattiche (dare un contentino formale alla Lega, indorare la pillola da far ingoiare al ceto politico), sia, soprattutto, per evitare di abrogare o riscrivere decine di articoli della Costituzione, quello che avrebbe ostacolato il bliz che i due avevano immaginato con scarso realismo, non tenendo conto delle inevitabili resistenze dei senatori.
La seconda posizione, elitario-monarchica, ha preso le mosse da una proposta di Mario Monti, Renato Balduzzi e Linda Lanzillotta che prevede un Senato dotato di forti poteri di controllo e di interferenza sulle attività di governo composto da «200 membri eletti dai consiglieri regionali, dai membri delle giunte regionali e da un certo numero di sindaci e scelti non solo tra le classi politiche locali ma anche tra i rappresentanti della società civile, dei ceti economici più dinamici, dell’università, delle professioni».
Attenzione: qui gli enti locali designano i senatori, ma non mandano i propri vertici, bensì persone scelte dalla “società civile” (università, professioni, ceti economici…”) in grado, quindi, di partecipare effettivamente alla vita dell’organismo. Dunque, un Senato vero e dotato di poteri ancora non ben definiti, ma che possa mettere becco nelle scelte del governo.
Il passo successivo è stato un appello del “Sole 24 ore” che ha iniziato a parlare di una “Alta camera della cultura e delle competenze”. Appello intorno al quale sono andati raggruppandosi intellettuali come la senatrice a vita Elena Cattaneo, Chiara Carrozza, Luciano Canfora (e questo mi duole), ma, soprattutto, Eugenio Scalfari (Sole 24 ore 30 marzo 2014) e la proposta, man mano è diventata quella di una Camera composta da grandi personalità della cultura, indicate in una rosa dall’Accademia dei Lincei (il museo egizio!) e dalle Università e poi nominate dal Presidente della Repubblica. Col che, salvo per la nomina a tempo e non a vita, è esattamente quello che era il Senato di nomina Regia.
Una proposta che pensiamo piaccia molto all’attuale capo dello Stato, che è uno che la monarchia ce l’ha nel sangue. Ovviamente, non è affatto negativo il coinvolgimento di autorevoli personalità della cultura nelle attività parlamentari, ma questo è auspicabile attraverso un mandato popolare, non con una nomina dall’alto. D’altro canto, in caso di bicameralismo, per quanto imperfetto, è per lo meno bizzarro comporre una Camera delle competenze da contrapporre all’altra che, implicitamente, diverrebbe “degli incompetenti”.
A ben vedere si tratta del modello della “democrazia a trazione elitaria” teorizzata da Monti e che ha trovato espressione tanto nel “governo dei tecnici” (esplicitamente citato da Monti nel suo articolo sul Corriere della Sera il 30 marzo 2014) quanto nelle due commissioni di saggi che dovevano riformare la Costituzione. Dunque, la Camera bassa (che il sistema elettorale in discussione assicurerebbe che sia davvero molto bassa) elettiva e quella Alta di nomina presidenziale. E questo porta ad un altro punto della questione: la torsione presidenzialista prodottasi in questi anni. Inizialmente, l’iper attivismo di Napolitano fu il risultato dell’impresentabilità internazionale di Berlusconi e della concomitante crisi del debito sovrano. Ma con la nomina di Monti, il Presidente è andato sempre più assumendo funzioni di indirizzo politico e, più che di garante della Costituzione, di garante delle obbligazioni Ue del paese ed in particolare del debito. Comprensibilmente, le polemiche di Renzi con la Ue in materia di vincoli di bilancio non devono aver molto allarmato il Colle che, alla vigilia del semestre europeo dell’Italia, si sente una volta di più chiamato a garantire per il futuro. Tuttavia, Napolitano, per ragioni che non stiamo qui a ripetere, si appresta a lasciare il Quirinale. Di qui la tentazione di trasformare il sistema costituzionale introducendo definitivamente le modifiche di assetto dei poteri che, sin qui si erano prodotte di fatto.

Per cui, attraverso la nomina di un Senato con penetranti poteri di controllo e di indirizzo sull’attività di governo, il Presidente acquista definitivamente il ruolo di super-Presidente del Consiglio (vagamente ispirato al modello francese) in alleanza con il ceto tecnocratico. Così da contrappesare efficacemente un governo ancora troppo condizionato dalle “spinte populiste” che vengono dal voto popolare.
Grasso, nella sua infelice intervista al Corriere, ha cercato una mediazione che tenesse conto degli umori degli attuali senatori che vorrebbero qualche chances di tornare a sedersi a palazzo Madama, ed ha proposto un Senato un po’ composto sul modello delle autonomie territoriali, un po’ elettivo, con poteri reali ma limitati. La scomposta reazione di Renzi, che arriva a proporre una revisione costituzionale per voto di fiducia (cosa che neppure nel più sconnesso regime sudamericano degli anni trenta si sarebbero sognati di fare), ha tolto il coperchio alla pentola.
Di fatto siamo di fronte a due diversi tentativi di liquidare la democrazia repubblicana voluta dalla Costituzione. Non ci resta che sperare in Razzi, Scilipoti ed amici che mandino tutto gambe all’aria." Aldo Giannuli

E' MORTO SILVIO BERLUSCONI



M5S: autocandidati per elezioni Europee 4000 sconosciuti e alcuni "vip" del movimento

I numeri sono impressionanti. 750 nel Lazio, 674 in Lombardia, 491 in Sicilia, 332 in Emilia Romagna, 262 in Piemonte. Circa 4000 "attivisti certificati" ambiscono a un posto in lista con il Movimento 5 stelle in vista delle prossime europee. "Sono più i candidati che gli attivisti che vediamo sul territorio", ironizza un parlamentare.
Qualcosa in più di una battuta. La pasionaria Roberta Lombardi lo dice a chiare lettere. "Tranne una quarantina di persone - scrive su Facebook - gli altri non si sono mai visti nè conosciuti, o sono persone che ci ronzano intorno attratte come api dal miele da anni senza mai essersi sporcate le mani con il nostro lavoro o peggio ancora persone che hanno tappezzato internet con insulti a noi e che oggi sono in corsa per un posto in lista".
Un caso isolato? Affatto. Perché Davide Bono, uomo di punta di Beppe Grillo in Piemonte, dà letteralmente i numeri: "Non ho mai avuto il piacere di vedere attivi sul territorio 237 delle 262 persone che si sono candidate". Per poi snocciolare una sorta di endorsement per i 25 fortunati conoscenti.
Un censimento completo è assai complicato, ma dovrebbe aggirarsi intorno ai 4000 il lunghissimo elenco di aspiranti eurodeputati. Che si sono ritrovati in lista avvisati da una mail a votazioni già aperte. Niente campagna elettorale, niente pianificazione di qualche idea per l'Europa che potesse essere messa a disposizione del corpo elettorale per un voto consapevole. Così sono fiorite strane tabelle programmatiche fatte in fretta e furia, e video di autocandidatura nei quali si spiega che "donando un rene a mia sorella ho scoperto quei valori di altruismo e bontà che poi ho ritrovato nel Grillo pensiero".
Molte le candidature discusse. Su tutte quella di Matteo Ponzano, storico vj de La cosa. Anche lui si è presentato con un video: "Vado in mezzo alla gente, non ho paura di farlo. Io stesso adesso non ho un mestiere, ma i soldi non sono così importanti, oltre una certa soglia servono solo a comprare i Suv. Vedete? La felpa che ho addosso non è nemmeno di marca, è del mercato". Molti forum stellati hanno biasimato Ponzano, tacciato di voler sfruttare il traino della sua popolarità.
Nel Lazio spunta il nome di Leonardo Metalli, giornalista Rai, storico supporter del Movimento, autore de "L'urlo della rete", il primo inno del popolo di Grillo, poi sostituito da Ognuno vale uno.
Curiosa la presenza in lista di Attilio Anitori. Concorrerà per rappresentare le 5 stelle a Strasburgo, mentre a Roma la sorella, Fabiola, senatrice, ha sbattuto la porta e si è andata a sedere tra i banchi del gruppo misto di Palazzo Madama.
Nutrita la lista dei collaboratori parlamentari in cerca di un posto al sole, che deluderanno il deputato Walter Rizzetto, autore di un (profetico?) tweet in mattinata.

Tenteranno di fare il grande salto (tra gli altri) Fabio Massimo Castaldo, ombra di Paola Taverna al Senato, Vincenzo Gulisano, che supporta il lavoro del questore del Senato Laura Bottici, Alessandro Marchi, che collabora con la senatrice Elisa Bulgarelli, il critico Lorenzo Andraghetti, assistente di Paolo Bernini, Ivan Pastore, che coadiuva l'onorevole Sebastiano Barbanti, Emanuele Menicocci, che nel Cv di candidatura candidamente afferma di essere "assistente parlamentare della Cittadina 5 stelle in Senato Elena Fattori".
Stasera solo in cinque avranno un posto in lista assicurato. Solo i primi per ogni circoscrizione elettorale. I migliori secondi si sfideranno in una sorta di secondo turno. Che vinca il migliore (?).

lunedì 31 marzo 2014

La portavoce di Maroni e quei mille euro per una notte

Una notte all'hotel Manzoni di Milano: mille euro. Spese "pazze" dalle parti di Bobo Maroni, ex ministro dell'Interno, governatore della Lombardia. Spuntano, al Viminale, alcune carte che dimostrano che, mentre l'ex ministro leghista partecipava ai tagli decisi dal governo Berlusconi (oltre due miliardi) che hanno messo in ginocchio il comparto sicurezza, la sua portavoce, Isabella Votino, si prodigava in una spending review al contrario.

Un estratto conto Bnl della carta di credito top card Visa intestata a "Ministero Interno Gabinetto", ma nella disponibilità della Votino nel 2009, certifica una spesa a carico dei contribuenti di tremila euro in 26 giorni tra alberghi e ristoranti. Per fare un esempio, una notte tra il 21 e il 22 aprile 2009 è costata, per la precisione, 974 euro. Qualche giorno prima, il soggiorno tra il 6 e il 7, 749 euro. Fra il 31 e il primo aprile 486 euro. Tra il 10 e l'11 aprile "solo" 240 euro.
Mentre il ministro Maroni contribuiva a tagliare i soldi per missioni, benzina, affitti, riscaldamento, straordinari ai poliziotti, la sua portavoce con la carta di credito del Viminale - che aveva una disponibilità mensile di 5mila euro - pranzava al lussuoso ristorante La Risacca di Milano pagando un conto di 240 euro. L'uso forse troppo disinvolto della carta di credito da parte della portavoce dell'ex ministro leghista (come anche quello dell'auto di servizio guidata da due poliziotti-autisti a sua disposizione) non è passato inosservata, al Viminale.
L'allora responsabile della ragioneria del Gabinetto del Ministero, Antonio Vallone, dopo neanche un anno di utilizzo, aveva deciso di togliere la top card alla Votino. Preferendo rimborsarle le spese di competenza del suo ufficio di rappresentanza di volta in volta, a piè di lista. Previo accurato controllo delle ricevute fiscali.


Berlusconi dissanguato, gli onorevoli non pagano: Forza Italia verso il crack finanziario

ROMA- Se tollera ormai pochissimo dirigenti e parlamentari forzisti, è anche perché li considera sanguisughe attaccate ai suoi conti bancari personali. Ma adesso basta, tuona Silvio Berlusconi anche in questi giorni. «Io per le Europee non firmo più un assegno — è sbottato — Hanno passato il tempo a litigare tra loro anziché impegnarsi a trovare quattrini». Uno sfogo che prende spunto dal nuovo regime che archivia il finanziamento pubblico. E l’emergenza è dietro l’angolo, come gli ha fatto notare Denis Verdini, dato che per una buona campagna per le Europee occorrerebbe 20-30 milioni di euro. Chi metterà mano al portafogli?
Forza Italia è rinata con la kermesse del 16 novembre 2013 e risulta già zavorrata da 72 milioni di disavanzo ereditato dai bilanci precedenti e dall’eredità Pdl. Per coprire quei rossi l’ex Cavaliere ha già firmato fideiussioni per 87 milioni di euro. Una storia che si ripete.
I conti di Forza ItaliaAncora nel 2013, per saldare i debiti del “fu” Pdl, staccava assegni per 14,8 milioni. Ecco perché ha perso le staffe quando Sandro Bondi, amministratore forzista, Gregorio Fontana, responsabile tesseramento, e l’uomo dei conti Rocco Crimi gli hanno portato l’elenco dei parlamentari che da tempo non versano più la quota da 800 euro mensili. Praticamente tutti i deputati e senatori. Un buco che solo nell’anno della legislatura appena iniziata ammonterebbe già a 1 milioni di euro. E pochissimi hanno versato i 25 mila euro che sulla carta erano necessari per potersi candidare alle Politiche 2013. Sono partite quindi in batteria decine di lettere di “recupero credito” in stile Equitalia per recuperare in alcuni casi fino a 50 mila euro. «Caro amico/ a — è l’incipit della missiva a firma Bondi — dalla verifica effettuata risulta che il credito nei Tuoi confronti ammonta ad Euro…» Si ricorda il «dovere morale» verso il movimento, quindi si prega «di voler provvedere al più presto al saldo residuo dei Tuoi versamenti». Stavolta i 68 deputati e 60 senatori forzisti non avranno scampo, archiviati i tempi in cui la “Tv della libertà” gestita da Michela Vitto-
ria Brambilla poteva accumulare un buco da 800 mila euro (coperti dalle casse di Forza Italia) che poi ne ha determinato la chiusura a fine 2012. «Conto di chiudere il bilancio Pdl in pareggio, quando a luglio ci arriverà l’ultima tranche di finanziamento pubblico, benché dimezzata, da 5-6 milioni» spiega Maurizio Bianconi, tesoriere del partito sciolto. «Resta il problema dei dipendenti, ridotti da 80 a una trentina, speriamo di risolvere in maniera indolore ». È la crisi che bussa anche alle porte del Palazzo, ammette il tesoriere, «perché noi partiti produrremo pure merda, ma siamo a
tutti gli effetti aziende».
Berlusconi non sente più ragioni, vuole che i suoi si diano da fare, ora che la nuova legge, oltre a cancellare il finanziamento pubblico, fissa anche un tetto a quello privato da 100 mila euro. Due le strade studiate a Palazzo Grazioli in molteplici riunioni avute in queste settimane. La prima porta al tesseramento. Gregorio Fontana ne è il responsabile nazionale: «Quindici giorni fa il presidente ha lanciato con una lettera sul sito l’operazione. Iscriversi al Pdl costava 10 euro, noi pensiamo che l’adesione a Fi non possa essere svilito da una somma così irrisoria, vogliamo persone che ci credano e si impegnino. Avremo tre categorie di iscritti: il volontario azzurro che contribuirà con un minimo di 50 euro, il socio sostenitore, da 100 a 500 euro, e il benemerito, da 500 in su. Subito dopo — continua il deputato lombardo — saranno convocati i congressi locali per eleggere i coordinatori». Partito leggero ma soldi veri. E i club? «Anche i presidenti e i loro direttivi avranno l’obbligo di iscriversi al partito — conclude Fontana — ed è la conferma che non vi è alcuna divaricazione tra noi e loro ». E poi c’è la seconda via, che passa per il rastrellamento di finanziamenti privati. La responsabile Fundraising è Daniela Santanché. «Ho appena consegnato il progetto nelle mani di Berlusconi — racconta — Abbiamo fatto un gran lavoro con Antonio Palmieri, responsabile Internet: a giorni partirà il sito dedicato alla raccolta fondi, ci ispiriamo al modello Obama, con varie tipologie di contribuzione ». Poi, ogni eletto nazionale o locale avrà un budget ideale da raccogliere, spetterà a lui darsi da fare. In cantiere, anche aste su Ebay per inviti a cena con politici forzisti. La buona riuscita, coi venti di antipolitica che imperversano, sarà tutta da dimostrare. Carmelo Lo Papa

Roma, si allarga lo scandalo multe annullate a vip e politici

Le inchieste della Procura potrebbero presto travolgere altri funzionari e dipendenti di Roma Capitale addetti alle multe. 

Secondo quanto racconta Il Messaggero 

(...) a breve, infatti, potrebbero salire a cinque gli indagati per lo scandalo delle multe cancellate a vip, raccomandati o personaggi vicini al mondo politico, ma anche a chi era pronto a contraccambiare con favori o soldi. Mentre la Procura di Roma si appresta alla chiusura dell'inchiesta per il vigile urbano addetto alle Notifiche Manuali, Enrico Riccardi, indagato in questo filone d'inchiesta, altri due colleghi del suo ufficio rischiano di finire iscritti nel registro degli indagati e per lo stesso reato: falso ideologico mediante soppressione di atti pubblici.

Le multe, appunto. I due, entrambi dipendenti del Dipartimento delle Risorse Economiche di Roma Capitale, come gli altri in servizio negli uffici di via Ostiense, si sarebbero anche loro attivati per far sparire multe e archiviare ricorsi. In questo caso anche in favore di amici, parenti o di chi era disposto a fornire in cambio «altre utilità». Si aprirà invece a fine gennaio il processo a carico di Angelo Vitali, vicedirettore del dipartimento e funzionario della Polizia Roma Capitale, e Tiziana Diamanti, una dipendente, arrestati a maggio con l'accusa di aver fatto sparire migliaia di contravvenzioni ai vip.

Il primo scossone nel Dipartimento era arrivato con gli arresti di Vitali e Diamanti. I pm Laura Condemi e Ilaria Calò, che avevano chiesto anche la misura cautelare, respinta dal gip, per Riccardi, hanno continuato a indagare e, scavando (l'indagine è stata delegata ai carabinieri del Nucleo Investigativo di via In Selci, diretti dal colonnello Lorenzo Sabatino) hanno trovato altre anomalie. Chi ha pagato o peggio ha corrotto dipendenti e vigili per vedersi strappare le multe ora rischia di finire indagato con l'accusa di corruzione (...)

domenica 30 marzo 2014

BERLUSCONI SCARICA DANIELA SANTANCHE'

Per Daniela Santanchè le nomine dell'ufficio di presidenza snocciolate da Silvio Berlusconi sono un duro colpo. La pitonessa, nei fatti, perde un ruolo di assoluto rilievo nella nuova Forza Italia, che dopo una lunga gestazione ha "partorito" le nomine tanto attese. Nel dettaglio, la Santanchè non avrà diritto di voto nell'ufficio di presidenza , e quando il Cav non potrà più svolgere la consueta attività politica si troverà in una fascia con un potere decisionale più che dimezzato. Strano destino, quella di Daniela, che nell'arco di pochi mesi è stata degradata dal rango di pretoriana di Berlusconi ad esponente di seconda fascia. 

Nel comitato il Cav ha piazzato quasi tutti i big del partito, ad accezione della Santanché. Ecco i nomi: Silvio Berlusconi, Annamaria Bernini, Michela Brambilla, Annagrazia Calabria, Mara Carfagna, Antonio Palmieri, Antonio Tajani, Paolo Romani, Renato Brunetta , Raffaele Baldassarre, Rocco Crimi, Niccolò Ghedini, Raffaele Fitto, Giovanni Toti, Marcello Fiori, Maria Rosaria Rossi, Sandro Bondi, Denis Verdini, Altero Matteoli, Daniele Capezzone, Deborah Bergamini, Alessandro Cattaneo, Sestino Giacomoni, Maurizio Gasparri, Simone Baldelli, Stefano Caldoro, Gianni Chiodi, Mariastella Gelmini, Claudio Fazzone, Vincenzo Gibiino. (Fonte

In sostanza, Berlusconi ha optato per una squadra su due livelli. Il primo, con i nomi sopra elencati, è quello composto dai "membri effettivi", il secondo, in cui rientra la Santanché, è invece un comitato "satellite" che affiancherà i lavori della struttura principale

Sfrattato per 3 euro di morosità: è accaduto in provincia di Ravenna

Si può perdere casa per tre euro? La risposta è sì, se sei in provincia di Ravenna. E' quello che è accaduto a un artigiano edile di Lugo, sposato, con due figli. In crisi economica, da ottobre a gennaio non era riuscito a pagare l'affitto. Dopo l'intimazione da parte del padrone di casa, era riuscito a racimolare la cifra che serviva: 1.938 euro. 

Tutto sistemato? Per niente. La banca ha infatti trattenuto tre euro le le spese di commissione. E il giudice onorario del tribunale ravennate ha deciso di convalidare lo sfratto per la mancanza di questi tre euro. L'esecutività sarà per il 20 aprile, Pasqua. Sul Resto del Carlino possiamo leggere altri dettagli dell'assurda vicenda di inflessibilità della giustizia. 

Claudio T. ha 53 anni. Dovrà lasciare l'appartamento di via Corelli, a Lugo, tra meno di un mese. Appartamento preso in affitto il primo novembre 2011 con un canone annuale di 6 mila euro. Tutto bene fino a ottobre 2013 quando Claudio, che faceva l'imbianchino, ha problemi di lavoro e non riesce più a far fronte alla spesa mensile. Il 28 gennaio scorso, il padrone di casa - attraverso un avvocato - gli intima lo sfratto che viene notificato il 4 febbraio. Tre giorni dopo, l'operaio riesce a fare il bonifico di quattro mensilità direttamente dalla banca Unicredit di Lugo. Ma l'istituto di credito incamera 3,62 euro di commissioni, così al proprietario arrivano solo 1.935 euro. 

L'udienza di convalida dello sfratto, inizialmente fissata per il 10 marzo, è slittata poi al 17. Su richiesta del locatore, il giudice onorario ha convalidato lo sfratto, "dando atto che il conduttore ha corrisposto l'importo di 1.935 euro, rimanendo moroso di euro tre, oltre alle spese". Le spese, esorbitanti: 500 euro per quelle legali, 83 euro per Iva e Cpa. Troppo per chi, nel frattempo, non ha visto migliorare la propria situazione finanziaria e lavorativa. (Fonte)

E ora Scopelliti punta all’Europa!! Dopo la condanna e le dimissioni ora l'ex presidente della Calabria punta a Bruxelles

Dopo aver fatto un passo indietro, dimettendosi dalla carica di presidente della Regione Calabria, Scopelliti,condannato in primo grado a 6 anni per abuso d’ufficio e falso,al Corriere della Sera si dichiara possibilista sulla candidatura alle Europee.
“Me lo hanno chiesto dal partito più volte, ora resto qui a occuparmi della mia terra. Nei prossimi giorni vedremo” ha detto Scopelliti che sottolinea di voler ancora “battersi” per la Calabria “terra di ricattati e di ricattatori”, dove”i politici sono spesso ricattati”. -

Si avvicina la fine per un famoso politico. Sta per uscire il suo video con questa donna



"Video hard con la Miss", su Erdogan l'ombra dello scandalo a luci rosse
Uno scandalo a luci rosse avrebbe travolto il premier turco Erdogan. A far tremare Istanbul è una miss molto conosciuta e apprezzata nel Paese: Defne Samyeli. E le malelingue ritengono che l'oscuramento di Twitter sia dovuto proprio alla circolazione su internet di un video hard che avrebbe Erdogan e la modella come protagonisti.

Come spiega Repubblica il video sta per uscire e per il molto osservante Erdogan, che come quasi tutti gli esponenti del suo Partito conduce una vita irreprensibile sarebbe uno scandalo di enormi proporzioni. Il premier ha la moglie velata (la signora Emine) e si tiene ben lontano dagli alcolici. La bella Defne è stata vista diverse volte con il premier in occasioni ufficiali. È entrata a far parte del partito e diventata amica della moglie. Adesso si è sùbito affrettata a smentire ogni voce su un possibile legame col leader. Per alcuni, tuttavia, sarebbe una trappola ideata dai nemici di Erdogan, come Fetullah Gulen, l'influente pensatore islamico.
(Fonte)

sabato 29 giugno 2013

Un altro deputato che lascia il M5S? Eccolo: "5000 euro non mi bastano per vivere"



Alessio Tacconi, onorevole del Movimento 5 Stelle, per ora è l’unico dei suoi a non aver ancora versato il
bonifico. Al Secolo XIX ha dichiarato:
«Con solo 5 mila euro lordi io con la mia famiglia a Zurigo non ci campo».

Ma scusi, Tacconi, non lo sapeva prima, quando ha deciso di candidarsi con il M5S, che questa era la cifra?
«Il codice di comportamento che ho firmato mi pare scritto in italiano e non dice questo. Le regole di ingaggio sono cambiate in corso».

Lei pone la questione del carovita in Svizzera dove ha la residenza. Ma qualcuno le consiglia di trasferire la famiglia a Roma.
«Questo è un atteggiamento discriminatorio. Ho cercato il mio capogruppo Riccardo Nuti, gli ho esposto la mia situazione e gli ho chiesto che venisse convocata un’assemblea».

E poi?
«Non ho ricevuto risposte. Io mi sono stancato di inseguirli. Se vogliono mi telefonano. Certo, ho specificato anche che non voglio che i dettagli economici della mia vita finiscano online».

Ma la trasparenza che fine ha fatto?
«Io pongo una questione di privacy. Va bene la trasparenza, ma io mica vado a chiedere ai miei colleghi quanto pagano d’affitto a casa loro».

Senza deroga uscirà dal M5S?
«Vediamo cosa succederà, vediamo cosa significa la democrazia nel M5S».

Perché non ha posto il problema a Grillo?
«Se mi chiama, glielo dico».

sabato 22 giugno 2013

[Video] Parlamento osceno: Interviene Razzi (PDL), non sa parlare e leggere l'italiano!

Non riesce a parlare ed esprimersi in Italiano, malgrado gli abbiano scritto e preparato l'intervento per il senatore Razzi (PDL) resta arduo svolgere il suo ruolo pagato e stipendiato 15000 euro al mese. Guardate lo spettacolo osceno

segnalato da: nonleggerlo.blogpost.it

Il premier Letta e la sua vicinanza alle lobby del gioco d'azzardo

Giovanni Endrizzi, senatore M5s, attacca il premier: “Sette ministri, fra cui Letta, figurano in una fondazione finanziata da Lottomatica e Sisal”. Poco chiara la scelta di affidare la delega ai giochi a Giorgetti, noto “liberalizzatore”
Affari milionari. Un giro di soldi enorme fra le forze politiche e le lobby del gioco d’azzardo. E una “vicinanza”, legale ma strana, tra il Presidente del Consiglio italiano e alcune società che si occupano di giochi. E’ questo il quadro, preoccupante, dipinto da Giovanni Endrizzi, senatore del Movimento cinque stelle. 
Un quadro che rappresenta “una situazione grigia fra il governo e le industrie del gioco d’azzardo, fatta di finanziamenti indiretti ad aziende che fanno capo ad Enrico Letta”. Il riferimento di Endrizzi è alle parole di Matteo Iori, presidende di Conagga, che il 7 maggio scorso spiegava come “sette ministri, fra i quali proprio Letta, figurano in una fondazione, la ‘Vedrò’, che è finanziata da Lottomatica e Sisal”. Ma non è tutto. Perchè “Letta ha ricevuto – chiariva Endrizzi in un intervento al Senato del 22 maggio – 15mila euro di contributi da porsi come titolare di Hbg”, un’altra azienda di giochi.
Il governo, insomma, sembra particolarmente attento al mondo dei giochi. Ma, forse, non esattamente nel modo in cui dovrebbe. E questa sensazione è confermata dalla nomina, avvenuta in questi giorni, di Alberto Giorgetti alla delega per i giochi. “Bisognerebbe sgomberare il campo da questo alone di dubbio – ha riflettuto Endrizzi – e invece la gestione dei giochi di azzardo viene affidata ad una persona che è stata pubblicamente elogiata dalle aziende perchè ha aiutato la nascita dei nuovi giochi”. Per Giorgetti, infatti, questa non è una prima volta. Già nel corso del governo Berlusconi si era trovato ad occuparsi di giochi ed era stata una stagione di “liberalizzazioni” con la nascita di numerosi nuovi tipi di giochi.
Giochi che fanno male a tutti. “Basti pensare – ha fatto notare Endrizzi – che l’8% dei 15enni maschi presenta già modalità di gioco problematiche. Il che significa che spendono i loro soldi in attività ludopatiche e non in attività socializzanti”. Se si vuole rendere la situazione ancora più nera, si può anche notare come l’8% dei matrimoni italiani sia rovinato proprio da problemi legati al gioco.
“Ma se anche non si volesse guardare a questi aspetti umani – ha ipotizzato il grillino – il gioco d’azzardo è comunque un’azienda in perdita per lo Stato che guadagna una cifra fra gli otto e i dieci miliardi e ne spende molto di più”. Molte delle spese, però, non riguardano le cure per i malati di ludopatia. “Il decreto Balduzzi – ha spiegato Endrizzi – ha legittimato l’intervento sanitario ma non ha messo a disposizione ulteriori fondi”. La situazione, insomma, è abbastanza ingarbugliata e paradossale.
Da un lato, un aumento considerevole di occasioni per giocare e per “ammalarsi” di gioco. Dall’altro nessun modo per “curarsi” e sconfiggere una dipendenza. Il tutto in un contesto nel quale “lo Stato paga un costo sociale elevatissimo e i privati ottengono un profitto altissimo”. Il perchè di tutto ciò non è ancora chiaro.
Fonte: today.it