martedì 20 marzo 2012

E i politici giocano in Borsa

Peccato che Pier Ferdinando Casini abbia precisato di non essere lui il trader di se stesso. Era entusiasmante immaginarlo con tre cornette e due cellulari, mentre morde il sigaro e urla nel ricevitore: «Vendi! Vendi! Compra! Vendi!». «E’ fin troppo evidente che le scelte compiute sono degli istituti di credito», ha detto il leader dell’Unione di centro che, con 116 mila euro dichiarati nel 2010, è il più povero fra i leader di partito. L’indigenza, diciamo così, non lo ha trattenuto dal vorticoso e continentale scambio azionario. Acquistate azioni Intesa, Eni, Sanofi Aventis, Air Liquide, Scneider electric, cedute Unicredit, Basf, Siemens, Allianz, Telefonica, Bnp Paribas, Technip, Banco di Bilbao, Daimer, Deutsche Telecom e tante altre e poi partecipazioni in Unicrfedit, Basf, Bayer, L’Oreal, Bmw e così via. Sono rivelazioni che danno un tono nuovo ai clamorosi gessati che Casini indossa ultimamente. Ma la seconda annotazione è che il capo centrista non passa le dritte ad amici e sodali: Roberto Rao, suo ex portavoce e ora deputato, non ha che 50 mila euro in Bpt a scadenza 2020. Ecco: i titoli di Stato non se li fila nessuno, oltre a Rao, ne conserva Mario Pepe ex Pdl ora del Misto (centomila euro).

Questa cosa della speculazione va che è una meraviglia. Ci si cimentano deputati improbabili. Passi per quel simpatico geniaccio di Antonio Martino, che darà via una Novartis per prendere una Bank of America con la disinvoltura con cui Claudio Scajola cambierebbe casa (ecco: ironia fuori posto, nel 2010 Scajola non ha acquistato né ceduto case, né posti barca, né altro; gli rimane l’appartamento con vista Colosseo). Ma ve lo vedete l’ex portavoce del governo Berlusconi, Paolo Bonaiuti, che medita sull’andamento delle flextronics, o l’ex fondista Manuela Di Centa che armeggia con i titoli Seat Pagine Gialle? Il gioco di Borsa piace ai leghisti come Daniele Molgora, ai centristi come Alessio Bonciani, ai democratici come Paolo Gentiloni, il quale ha uno splendido portafoglio happy hour, con titoli Campari.

Ci si starebbe delle ore a spulciare nelle dichiarazioni dei redditi dei parlamentari depositate ieri a Camera e Senato. Si capisce perfettamente l’aria che tira. Per esempio: gli investimenti più cospicui si fanno nel solito e solido mattone, Luca Barbareschi ha messo un milione di euro per una casetta newyorchese, Guglielmo Picchi (Pdl) per una a Londra, Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti, ne ha venduta una a Cannes. Renato Brunetta, di indole più domestica, si è contentato di un cosuccia sull’Ardeatina. E’ comunque un rogito continuo che coinvolge un po’ tutti, si entra in possesso di cascine, appezzamenti (Antonio Di Pietro ne ha preso uno nuovo nuovo a Montenero di Bisaccia), vigne (Roberto Nicco, autonomista valdostano).

Un bel daffare, per non dire delle auto. Pare di capire che quelli del centrodestra vadano matti soprattutto per le tedesche (Audi, Bmw, Mercedes) e quelli di centrosinistra per le Fiat, di cui invece si è disfatto il pidiellino Giorgio Stracquadanio, che ha liquidato due Cinquecento e una Multipla. Segnalano gli esperti l’intravvedersi delle prime sobrietà, con una netta diminuzione del mercato delle barche.

Ecco, questa è la foto di un Parlamento di cui Silvio Berlusconi è sempre il più ricco (48 milioni di euro imponibili) e il più povero è, destino burlone, un finiano: l’onorevole Muro (26 mila euro, ma nel 2010 non era deputato), già soprannominato Muro del Pianto; siccome nei nomi risiedono i destini, come si sa da secoli, non stupisce che il penultimo si chiami Marmo (29 mila), con tutte le applicazioni che ci si immagina.

Infine, per gli amanti del genere, ecco il risultato di alcuni attesi derby: fra i putti postcomunisti Massimo D’Alema batte Walter Veltroni (163 mila e 136 mila), fra i presidenti Renato Schifani batte Gianfranco Fini (223 mila a 201 mila), fra gli avvocati Giulia Bongiorno batte Niccolò Ghedini (un milione e sette a un milione), fra le conradiane duellanti di sinistra, la cattolica Rosi Bindi (225 mila euro) batte la radicale Emma Bonino (215 mila) e comunque complimenti a entrambe per la dovizia dei guadagni. Infine, fra i tesorieri il più ricco è il berlusconiano Rocco Crimi (377 mila euro) che batte il rutelliano Luigi Lusi (305 mila euro) ma soltanto perché quest’ultimo aveva proventi, come si è visto, di più ampia e diversa natura.

3 commenti:

un uomo qualunque ha detto...

non cambierà mai nulla

http://uuomo.blogspot.it/

magnum ha detto...

LA BORSA DA CUI ATTINGONO E' SEMPRE LA NOSTRA....GLI AFFARI SEMPRE CON TORNACONTO LORO.

francesca ha detto...

Che schifo!! c`e` un polico fra di loro che abbia un pizzico di onesta` di pudore?