sabato 28 luglio 2012

La vera storia dell' ILVA: Il padrone delle ferriere che soffoca Taranto


Il Giudice delle indagini preliminari, dopo aver depositato, già da diversi giorni, le conclusioni dell’indagine sulla situazione ambientale a Taranto, in rapporto alle emissioni in atmosfera, in mare e sul terreno, causate dall’Ilva, ha sequestrato gli impianti dell’area ghisa (cokerie, il camino E 312 dell’agglomerato e gli altiforni), e messo agli arresti domiciliari 6 dirigenti tra cui Emilio Riva, proprietario dello stabilimento e suo figlio Nicola (in realtà fatto dimettere alcuni giorni fa proprio in previsione di questo provvedimento insieme al massimo gruppo dirigente).
I "Soloni" dello stabilimento hanno agito in anticipo per non restare senza dirigenti. Infatti, sono stati sostituiti immediatamente con altri dirigenti già presenti in fabbrica, mentre Nicola Riva è stato sostituito dall’ex prefetto di Milano, Ferrante (lo stesso che era stato candidato per il centrosinistra a Milano contro la Moratti prima di Pisapia).
Nei giorni scorsi, in previsione di questo provvedimento ci sono state diverse mobilitazioni. E ancora una volta abbiamo assistito ai capi che fomentavano in vario modo gli operai, con messaggi sms di questo tipo: “Operai non muovetevi dagli impianti, stanno per arrivare i carabinieri, presidiate”. Non si è capito bene cosa volessero che gli operai facessero. Forse “la resistenza armata?”. All’Ilva di Taranto c’è questa cappa di forte influenza che "patròn" Riva ha sugli operai attraverso i capi e i dirigenti, esercitata non solo tramite la paura, ma, soprattutto, perché i lavoratori sono stati lasciati negli anni alla mercé delle pressioni e dell’ideologia padronale. Mentre le organizzazioni sindacali, nonostante un buon numero d’iscritti, pensano più a litigare fra loro che a mettere un argine alla prepotenza dei capi e dirigenti.
Comunque, ieri 26 luglio, quando la notizia del sequestro si è diffusa la rabbia è esplosa. Oltre cinquemila operai si sono riversati sulle strade che fiancheggiano lo stabilimento, principalmente la strada statale Appia. Poi, un lungo corteo è venuto verso la città, attraversando la Taranto antica, bloccando il famoso Ponte girevole, uno degli snodi della città. Quando lo stabilimento era dello Stato, i governi che si sono succeduti hanno sempre fatto orecchie da mercante nonostante le mobilitazioni degli operai che si rifiutavano di intervenire su impianti molto malsani. Il sindacato Flm (allora sigla unitaria che riuniva Fiom, Fim e Uilm) coniò uno slogan molto bello: “La salute non si vende”. Giusto. Ma dopo qualche anno di lotte per ambientalizzare lo stabilimento, a vuoto, i lavoratori completarono quello slogan con: “La salute non si vende... ma nemmeno si regala”. Con la privatizzazione le cose si sono complicate. La vecchia classe operaia, stanca e demotivata, già in parte uscita col prepensionamento, è stata definitivamente decimata da una nuova ondata di prepensionamenti dovuti alla legge sull’esposizione all’amianto. La nuova classe operaia, assunta soprattutto grazie ai contratti di formazione-lavoro e altri ancora più precari, è stata lasciata alla mercé dei nuovi proprietari: la famiglia Riva. Il nuovo gruppo dirigente ha formato questi lavoratori a propria immagine, portando un attacco senza precedenti alle organizzazioni sindacali. Basta pensare che le iscrizioni sono passate dal 70- 80% nell’azienda pubblica a meno del 30% dopo la privatizzazione. Fra gli impiegati si è passati invece da circa il 50% a zero. E' anche vero che le segreterie dei tre sindacati “suggerivano” ai delegati di "lasciar stare" i nuovi assunti per occuparsene dopo. I risultati di questa tattica li vediamo oggi, con il sindacato che arranca dietro all'attivismo della dirigenza.
C’è da dire che alcune cose sono state fatte ma rispetto all’inquinamento che produce l’Ilva si tratta di poca cosa. Per esempio, la legge regionale per abbattere le emissioni delle diossine. Ma c’è tanto da fare per le polveri, per il benzo(a)pirene e altri inquinanti. Oggi quello che va perseguito non è il provvedimento della giudice ma la cacciata della famiglia Riva. Il governo deve prendere atto che Riva ha contribuito a massacrare Taranto, pensando poco o niente all’ambiente, accampando la scusa delle risorse economiche che ci vorrebbero per bonificare lo stabilimento e che lui non ha; nel frattempo si è riempito le tasche di profitti che la fabbrica di Taranto gli ha offerto su di un piatto d’argento.
Fra il 2000 e il 2004 ci sono stati altri tre accordi di programma per l’ambientalizzazione, stipulati alla Regione Puglia, i quali non hanno prodotto niente, ma che sono serviti a salvare Riva condannato per inquinamento e per i numerosi morti sul lavoro. Quando la condanna è giunta alla Cassazione, infatti, il Comune e la Provincia di Taranto si sono ritirati dalla costituzione di parte civile, annullando in extremis la condanna.
I lavoratori dell’Ilva si devono liberare dall’abbraccio mortale dei “padroni delle ferriere”; liberarsi dai falsi amici che i capi e i dirigenti fingono di essere. La difesa dei posti di lavoro si otterrà rivendicando l’esproprio dello stabilimento da parte dello Stato, per cambiare le tecnologie produttive, che esistono, come per esempio gli impianti Corex, già in uso in varie parti del mondo, che riducono i vari inquinanti di circa il 90%.
Non bisogna lasciare nelle mani di nessuno il vostro futuro. Auto-organizzarsi in comitati di lotta, per controllare direttamente quello che avviene nella “stanza dei bottoni”. Poiché, la salvaguardia dei posti di lavoro, il miglioramento delle condizioni di lavoro e della vivibilità della città, non potrà che essere opera della classe operaia stessa!
Francesco Maresca

2 commenti:

IO VI ODIO TUTTI ha detto...

http://ioviodiotutti.blogspot.it/

fracatz ha detto...

non si sa se nacque prima l'uovo o la gallina
non si sa se fu errata la scelta del sito o si diedero poi licenze di edificazione agli amici degli amici arricchendoli
ora si potrebbe solo evacuare la gente per consentir loro di continuare a lavorare e sopravvivere
Bisognerebbe scegliere con più cura i propri amministratori per evitare queste situazioni ed il primo criterio di scelta è quello di lavorare per una nuova società
Il partito degli under 70.0000